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venerdì, 28 luglio 2006

Emergenza siccità: stato di calamità nel Delta del Po, guerra dell'acqua tra montagna e pianura ?

Non siamo ancora ai valori della storica magra di tre anni fa quando il Po fece segnare a Pontelagoscuro meno 8,21 metri, ma il traguardo non è lontano a giudicare dai dati. Per il grande fiume, questa è la terza secca più grave del secolo dopo quella record del 2003 e quella del 1992. Alle 18.30 del 27 luglio il livello a Pontelagoscuro era di meno 7,44 metri sul valore di riferimento, ma lunedì scorso, alla stessa ora, si era già arrivati a meno 7,56 metri. Nel Delta del Po si continua a combattere con la risalita del cuneo salino. All'acquedotto di Ponte Molo, a Porto Tolle, i prelievi confermavano il grado di salinità nell'acqua pescata dagli impianti. Mentre la popolazione di Porto Viro, Taglio di Po e Ariano Polesine è ripiombata nel divieto di utilizzo dell'acqua dei rubinetti per uso alimentare sale l'allerta per l'Adige. «Bisogna risolvere con urgenza l'assetto strutturale del fiume Adige, che non dà alcuna garanzia di conservazione delle risorse idriche nel tratto di pianura» commenta il direttore del Consorzio di bonifica Polesine Adige Canalbianco, Carlo Piombo. Mentre la pianura boccheggia, le popolazioni alpine sono pronte ad ingaggiare una vera e propria guerra dell'acqua. Infatti docici sindaci della provincia di Belluno sono pronti alla mobilitazione se la Regione Veneto non prenderà una serie di misure, scadenzate e verificabili, per salvare i bacini montani dalla fame d'acqua dell'agricoltura di pianura. E la siccità non c'entra. È il fabbisogno delle campagne venete che supera le portate dei fiumi bellunesi. Così non si può andare avanti.I dodici sindaci si sono incontrati ieri con il presidente della Provincia di Belluno, Sergio Reolon, per prendere iniziative contro un prelievo idrico che supera la disponibilità reale, mettendo in crisi non solo l'ambiente ma anche l'industria del turismo. Il lago del Centro Cadore è sotto di 20 metri, quello di Santa Croce (vedi foto) di 6 e quello del Corlo di 9. Una situazione che i

sindaci sono decisi a far conoscere anche in pianura, annunciando che sarà avviata a breve una campagna informativa sui maggiori organi di stampa veneti. «Abbiamo deciso - spiega Reolon al termine dell'incontro - di andare tutti all'incontro di martedì prossimo con l'assessore regionale Giancarlo Conta. Un incontro sollecitato dalla Provincia e convocato dall'assessore. Sottoporremo a Conta - prosegue Reolon - che la Regione si assuma una serie di impegni, con scadenze predefinite, in ordine alla riduzione dei prelievi, fissando un livello minimo di invaso per tutti i laghi. Ma serviranno anche interventi strutturali, perché il fabbisogno dell'agricoltura veneta supera la disponibilità d'acqua delle nostre aste idriche. Ci dovrà essere un impegno per far sì che gli impianti di irrigazione vengano convertiti con sistemi a pioggia. Questo permetterà di ridurre del 30 per cento il fabbisogno. Serviranno inoltre nuovi bacini di invaso, come si è più volte detto utilizzando magari le cave dismesse, per accumulare l'acqua piovana. Ebbene, se su questi punti non avremo degli impegni precisi, scadenzati e verificabili in modo da non procastinare gli interventi, allora saremo pronti alla mobilitazione. Non voglio anticipare di che tipo di mobilitazione si tratterà, ma di sicuro faremo di tutto affinché non si ripeta un'altra estate come questa. Ormai questa stagione è andata, ma per il prossimo anno vogliamo delle garanzie e dei segnali positivi. Altra mossa sarà quella di sensibilizzare i cittadini di pianura sulla situazione che investe i nostri laghi. Faremo pertanto una campagna attraverso la stampa veneta». Riduzione dei prelievi, fissazione di un livello minimo dei laghi, così come è stato fatto per i fiumi, riconversione degli impianti di irrigazione degli agricoltori di pianura e creazione di bacini di accumulo dell'acqua piovana: queste le misure che saranno calate sul tavolo dell'assessore Conta e sulle quali i sindaci sono decisi ad ottenere risposte.  E mentre nel Veneto monta la crisi, cosa si decide a Roma ?

Sì alla proclamazione dello stato d'emergenza nella zona del Po. Il via libera arriva dal ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio, Alfonso Pecoraro Scanio che oggi ha dichiarato di «aver dato il via libera per proclamare lo stato d'emergenza nella pianura padana. Bisogna utilizzare - ha aggiunto il ministro - poteri straordinari per aprire ad esempio le grandi dighe del nord per non danneggiare l'agricoltura e la qualità della vita dei cittadini della pianura padana». Un via libera confermato anche dal ministro dell'Agricoltura Paolo De Castro con il quale Pecoraro Scanio si è incontrato stamattina per un tavolo di confronto. «Ci siamo trovati d'accordo - ha affermato il ministro dell'Ambiente - sulla richiesta dello stato d'emergenza che forse - ha concluso - presenteremo già domani durante il Consiglio dei ministri». L'appello era venuto dal presidente della commissione Ambiente Ermete Realacci sull'"emergenza Po" causata dall'ondata di caldo di questi giorni. A fronte di una situazione "estremamente critica" con "il fiume ai minimi storici" e la "risalita di acqua dal mare nell'alveo fluviale che ha ormai superato i 20 Km", con danni enormi per l'agricoltura, l'esponente Dl annuncia che "questa mattina nel corso di seduta congiunta tra le Commissioni Ambiente e Agricoltura della Camera, si e' stabilito di fissare al piu' presto un nuovo incontro per avanzare una risoluzione congiunta che dichiari lo stato di calamita' naturale per tutta l'area del delta del fiume". L'obiettivo, continua Realacci, e' quello di "pianificare la azioni da mettere in campo per superare lo stato d'emergenza e una tutela a lungo termine dell'intero bacino del Po, tenendo conto delle esigenze e delle varie realta' emerse nel corso della missione di indagine della delegazione della commissione Ambiente che si e' appena conclusa". L'unico modo per fare cio', insiste il deputato, e' quello di dichiarare il prima possibile "lo stato di calamita' naturale ambientale per il Po e il suo bacino" perche' rappresenterebbe una " risposta forte della politica" e permetterebbe l'adozione di "politiche di tutela e di gestione" immediate. Intanto leggiamoci questo articolo su Disinformazione.it sulla Guerra dell'Acqua, la più importante risorsa per la vita umana, su cui le multinazionali stanno già costruendo un business per accaparrarsene i profitti da capogiro e soprattutto il controllo della gestione in un futuro non lontano.

"L'acqua è insufficiente in Israele, India, Cina, Bolivia, Canada, Messico, Ghana e Stati Uniti. Le guerre dell'acqua non sono più un prevedibile evento del futuro. Sono già in atto: veri e propri conflitti che si stanno verificando in ogni società. Che si tratti del Punjab o della Palestina, spesso la violenza politica nasce dalla competizione per appropriarsi delle scarse e vitali risorse idriche. Molti di questi conflitti politici sono celati. Chi controlla il potere preferisce mascherare le guerre dell'acqua, facendole apparire come scontri etnici o religiosi, anche se in realtà le regioni lungo i fiumi sono per lo più abitate da società pluralistiche che presentano una grande diversificazione di gruppi umani, lingue e usanze”

(tratto da: Le guerre dell’acqua di Vandana Shiva)


martedì, 25 luglio 2006

Siccità nel Po: davvero abbiamo capito quel che occorre fare ?

Di nuovo alla televisione il bla-bla-bla che si ripete, inutilmente, da anni: occorre coltivare prodotti che necessitano di meno quantità di acque irrigue. In realtà le estensioni di mais aumentano anzichè diminuire, e nel Delta quest'anno varie risaie sono state abbandonate al loro destino, e arse dal sole, si presentano oramai come larghe estensioni polverose e saline.

C'era una volta il Po

Prima che l'uomo intervenisse pesantemente sul paesaggio della Pianura Padana, la Valle del Po era un poderoso sistema di immagazzinamento dell'acqua. Le foreste diffuse ovunque nella pianura erano esse stesse enormi raccolte d'acqua, acqua che era contenuta in ogni singolo albero. Inoltre molte di queste foreste insistevano in ambienti allagati dove gli alberi contribuivano ad ostacolare la dispersione dell'acqua per scorrimento ed evaporazione. Il grande Delta del Po primigenio impediva con la mirabile rete dei suoi cento rami e canali collegati ad enormi paludi il defluire veloce della preziosa acqua dolce verso il mare. Poi abbiamo deciso di trasformare il Po in una veloce autostrada dove l'acqua dolce deve essere sprecata ad un ritmo pazzesco, sparandola il più velocemente possibile verso l'Adriatico, col suo prezioso carico di sabbie ed argille che si vanno depositando, inutilmente, sul fondo del mare.

L'agricoltura moderna divora l'acqua

Non c'è nulla di meno sostenibile dell'agricoltura industriale irrigua. La quantità d'acqua usata per l'irrigazione raddoppia ogni 20 anni ed attualmente assorbe quasi il 70 percento di tutta l'acqua utilizzata nel mondo, una situazione che non può andare avanti ancora molto, che ci sia o meno il cambiamento climatico. Quasi senza eccezione, l'agricoltura industriale, specialmente nelle aree tropicali, provoca subsidenza e salinizzazione dei terreni. Inoltre, la quantità di acqua necessaria per l'irrigazione con l'innalzamento delle temperature di superficie, salirà necessariamente, in parte per l'aumento dell' evaporazione dal suolo, dai bacini e dai canali di irrigazione ma anche per l'aumento dell'evapotraspirazione della vegetazione e delle foreste.

L'agricoltura sostenibile si basa sull'autosufficienza idrica

L'irrigazione tradizionale è stata praticata in tutto il sub-continente Indiano, nello Sri Lanka, a Java ed altrove per secoli. È basata sulla raccolta dell'acqua ed è gestita dalle comunità locali in modo equo e, non importa ricordarlo, totalmente sostenibile. Anil Agarwal e Sunita Narain ci raccontano che durante la siccità in India nel 1987, i villaggi più lontani presso il confine col Pakistan, che non avevano ancora 'beneficiato' della politica governativa dell'acqua, sono stati in grado di fornire acqua da bere ai loro abitanti per la semplice ragione che i loro sistemi tradizionali di raccolta erano rimasti intatti. Nei 'villaggi sviluppati', invece, la gente soffriva la sete, i pozzi o non avevano acqua o non avevano elettricità per mettere in azione le pompe e gli abitanti erano costretti a dipendere completamente dalle irregolari autobotti fornite dal governo.

Contrò la siccità, la de-bonifica: ripristinare le zone umide creando una rete di bacini di raccolta d'acqua lungo l'asta del Po

Il cambiamento climatico in atto avrà molteplici conseguenze: da un lato, l’aumento di temperatura provocherà lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello del mare. Questo significherà, per le zone costiere lagunari, dove la falda è vicina alla superficie, l’invasione di acque saline che innescherà un processo di desertificazione. Per tentare di fermare o rallentare questo preoccupante fenomeno va rivista tutta la regimazione delle acque costiere e l’attuale struttura delle terre un tempo bonificate. Poiché è di vitale importanza non lasciare terreni nudi, in quanto il terreno nudo assorbe le radiazioni, consuma acqua e la rimanda in atmosfera modificando il bilancio idrico, e poiché non è pensabile intervenire sulle aree naturali, vaste estensioni di terreni agricoli dovranno essere trasformate in zone umide, riportando l’acqua là dove era presente un tempo.

Bonifiche ed emissioni di anidride carbonica

Uno dei fenomeni spesso sottovalutati dovuti alle bonifiche, cioè alla trasformazione delle zone umide in terreni coltivati è l’aumento delle emissioni di anidride carbonica, dovuto alla perdita di carbonio dal suolo all’atmosfera. Questo fenomeno nei terreni agricoli è accelerato dall’aratura in profondità che espone il suolo all’azione degli elementi, dall’utilizzo di macchine pesanti che compattano il terreno e dall’uso di fertilizzanti e pesticidi che distruggono la struttura del terreno ed i suoi microorganismi. Inoltre le monoculture esigenti in termini di irrigazione, soprattutto grano e mais di varianti moderne, impoveriscono ulteriormente il terreno.

 

Funzioni e valori delle zone umide

Solo recentemente abbiamo iniziato a capire le molteplici funzioni ecologiche associate alle zone umide ed e la loro importanza per la società. Una volta le paludi erano considerate inutili, ricettacolo di malattie come la malaria, luoghi pieni di zanzare da evitare. Ora invece siamo consapevoli che le zone umide forniscono molti benefici alla società, come habitat per pesci e uccelli acquatici, conservazione delle acque e miglioramento della loro qualità, risorse di cibo, protezione contro l'erosione costiera, opportunità ricreative e luoghi dove reperire prodotti naturali a basso costo. Le zone umide sono fra gli ecosistemi più produttivi al mondo, comparabili con le foreste pluviali e le barriere coralline. Sono inoltre una fonte di biodiversità, ospitando numerose specie di tutti i gruppi di organismi, dai microbi ai mammiferi.

Ecco uno che ha capito tutto: Tommaso Foti (Alleanza Nazionale)

Di cosa stiamo parlando: di siccità o di navigabilità ? «In campagna elettorale avevamo sentito tanti buoni propositi per rendere navigabile il Po. La realtà che abbiamo di fronte è invece di una gravità enorme sol che si pensi che in appena venti giorni la riduzione della portata d'acqua misurata a Ponte Lagoscuro è diminuita di 60 metri cubi al secondo». E' quanto dichiara l'onorevole Tommaso Foti, vice presidente della commissione Ambiente della Camera in missione con la commissione stessa nell'area del bacino del Po a Parma. La missione sul Po dell'VIII Commissione della Camera (Ambiente, territorio e Lavori pubblici), guidata da Ermete Realacci e composta da parlamentari di maggioranza e opposizione. Fra loro Paolo Cacciari (RC-SE), Guido Dussin (Lega Nord), Tommaso Foti (AN), Sergio Gentili (Ulivo), Giuliano Peduli (Ulivo), Franco Stradella (FI), è cominciata ad Alessandria. Ha fatto poi tappa a Parma, per continuare poi a Mantova e Rovigo. «Non è invocando Giove pluvio - conclude Foti - che il Po potrà riacquistare una sua vitalità, ma intraprendendo una corretta politica di "bacinizzazione" così come è stata in Germania per il Reno. E ciò indipendentemente dai soliti triti e ritriti argomenti a contrario che i Verdi e i loro accoliti vorranno opporre».
                                         
Per fortuna che non comanda più lui; sentiamo Ermete Realacci
La situazione di allarme raggiunge poi caratteristiche di una vera e propria emergenza ambientale sul Delta, dove il 24 luglio si è raggiunto il minimo storico di portata idrica con 110 mc al di sotto della media e dove il cuneo salino è risalito di oltre 20 chilometri. «La situazione che stiamo registrando in questi giorni di missione - ha commentato Sergio Gentili, deputato dell'Ulivo, membro della Commissione Ambiente, eletto in Emilia-Romagna - è particolarmente critica. Bisogna affrontare subito l'emergenza, ma soprattutto bisogna pensare un piano di intervento a lungo termine». A lanciare un vero e proprio allarme e' Ermete Realacci, che chiede un ''approfondito ripensamento'' degli usi idrici e non esclude misure di emergenza come ''il rilascio dell'acqua dai bacini destinati alla produzione di energia elettrica''. ''La situazione e' molto preoccupante; rischiamo una crisi piu' grave di quella del 2003, l'anno della grande secca del Po'', avverte Realacci a conclusione della due giorni di sopralluoghi della Commissione al capezzale del Po. ''Il Po -osserva Realacci- e' un problema molto complesso che necessita di una pianificazione di interventi a lungo termine, da concordare con tutte le parti interessate . E' di prioritaria importanza, pero', rivedere il sistema produttivo nel suo complesso, oggi troppo energivoro e troppo idrovoro e che nei fatti e' la causa principale di questa situazione. Se vogliamo pensare ad un esempio in campo agricolo dobbiamo immaginare che il parmigiano reggiano o il prosciutto di Parma sono produzioni su cui si puo' basare il futuro del paese. Il mais e tutte le altre colture estensive altamente idrovore, certamente no.''"Il Po è il più grande fiume italiano", ha concluso Realacci, "è fonte di lavoro e di sopravvivenza per migliaia di cittadini, e rappresenta uno dei nostri più importanti patrimoni ambientali. Dobbiamo mettere in campo tutte le strategie per salvarlo e parafrasando la celebre frase di Kennedy è il caso di dire che dobbiamo smettere di chiedere cosa il Po può fare noi, ma domandarci, invece, su cosa noi dobbiamo fare per il Po. E la politica deve dare presto una risposta".


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